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  • Spesa sociale, l'Italia in ritardo. Preoccupa il "rischio povertà"
    Rapporto sullo Stato sociale 2010. Gli esperti: i dati della spesa procapite indicano un calo costante, dall'84,2% nel 1997 fino al 77,3% nel 2006. "Inadeguati gli ammortizzatori sociali"


    Rapporto sullo Stato sociale 2010. Gli esperti: i dati della spesa procapite indicano un calo costante, dall'84,2% nel 1997 fino al 77,3% nel 2006. "Inadeguati gli ammortizzatori sociali"
     Lo stato del welfare italiano rispetto ai vicini europei non brilla. Anzi, non sono pochi gli ambiti in cui l'Italia è lontana dalle medie dell'Europa dei 27, in peggio. A cominciare dalla spesa pubblica, per finire nel rischio povertà. È il quadro delineato questa mattina durante la presentazione del Rapporto sullo Stato sociale 2010 presso la facoltà di Economia della Sapienza. Una ricerca edita da Academia Universa Press e curato da Felice Roberto Pizzuti, ordinario di Politica economica nella facoltà di economia presso la medesima università con la collaborazione del Centro ricerca interuniversitario sullo stato sociale. Prima questione affrontata dal rapporto, la spesa sociale italiana rispetto al contesto europeo. "Dopo un periodo di stabilità, nel 2006 - ha spiegato Pizzuti -, la spesa sociale nell'Unione europea dei 27 ha subito un leggero calo, scendendo dal 26,1% dell'anno precedente al 25,8%. In Italia è continuata la crescita costante iniziata nel 2000, quando la spesa era pari al 23,8% del Pil, per arrivare al 25,7%. Ma questo risultato è legato alla minore crescita del nostro Pil. Infatti se si analizzano i dati della spesa procapite, il differenziale negativo è progressivamente aumentato. Fatta pari a 100 la media europea, quella italiana è diminuita costantemente dall'84,2% nel 1997 fino al 77,3% nel 2006".
    La ricerca evidenzia come sono diversi i settori in cui la media europea supera il dato Italiano o addirittura non compare proprio. Mentre le indennità di disoccupazione ordinarie sono presenti in tutti i paesi europei, infatti, non è lo stesso per quelle di tutela minima contro la povertà. Mancano, infatti, in tre paesi: Italia, Grecia e Ungheria. Diverso anche il panorama del mondo del lavoro. Nella media dei paesi europei, la quota dei lavoratori a tempo determinato rispetto al totale dei dipendenti è pari al 13%, in Italia la quota è quasi il 15%, ma bisogna aggiungere un ulteriore 5% di collaboratori a progetto, occasionali o coordinati e continuativi. Inoltre, nella media Ue 27, quasi la metà delle imprese ha organizzato e finanziato corsi di formazione per i propri addetti. In Italia questo succede nel 27% delle imprese, superando solo Romania, Polonia, Bulgaria e Grecia.
    A peggiorare il quadro italiano il dato del rischio povertà. Nella media dell'Europa 27, le persone a rischio di povertà relativa permangono intorno al 16% della popolazione con una variabilità compresa tra il 10% dei Paesi bassi e il 21% della Lettonia cui sono molto vicini i paesi mediterranei. Il dato italiano è al 20%. Nella media europea, il reddito del quinto più ricco della popolazione è pari a cinque volte quello del quinto più povero, in Italia è superiore alla media, pari al 5,5. Nel contesto italiano, invece, le preoccupazioni hanno sempre gli stessi lineamenti. "Il divario territoriale tra Centro-Nord e Sud è impressionante - ha aggiunto Pizzuti -. Adottando una stessa soglia di povertà per tutto il paese ne sono al di sotto il 3% dei cittadini veneti e il 30% dei siciliani".
    Anche gli abbandoni scolastici mostrano dati allarmanti rispetto all'Europa dei 27. Gli abbandoni prima del titolo secondario superiore si sono assestati al 15% nel contesto europeo, mentre in Italia sono circa cinque punti in più della media. "La vera anomalia del sistema di welfare italiano è nell'inadeguatezza degli ammortizzatori sociali e nell'assenza di misure di sostegno al reddito minimo - ha affermato Pizzuti -. Attualmente solo un terso dei disoccupati beneficia di trattamenti. L'inadeguatezza degli ammortizzatori sociali e l'assenza completa di misure di sostegno al reddito contribuiscono a spiegare il livello della povertà che nel nostro paese non solo è superiore alla media europea, ma è anche molto mal distribuita". Gli italiani che considerano il loro reddito non adeguato a garantire ciò che è ritenuto necessario, spiega il rapporto, sono aumentati dal 35-40% nel 1990 a valori intorno al 70% nell'ultimo quinquennio. Si avvertono anche discrasie nelle percezioni individuali che lasciano pensare ad una forte incertezza sulle prospettive. "Le contraddizioni che oggi si riscontrano nelle valutazioni individuali sul futuro sembrano confermare che ci troviamo in una fase di transizione - ha concluso Pizzuti -, i cui sviluppi sono ancora molto incerti. È anche per questo che dovremmo cercare di potenziare tutti gli strumenti di stabilità e tra questi le istituzioni del welfare".




    Fonte: Ufficio Stampa Regione Lazio
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