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  • L’AUTONOMIA DELLE ACLI DAI POLITICI? Un “dogma” senza se e senza ma


     Perdonatemi il vezzo di parlare un po’ di me ma solo per fare uno spaccato di questo mio impegno trentennale nelle Acli nella lettura virtuosa e degli antichi vizi che radicano gli uomini quando alternano passione civile a seduzioni egoistiche. In una fase di confusione io credo che dobbiamo per andare avanti ritornare alle origini per capire quello che dovremmo essere e non siamo; la storia fa sempre tre passi avanti e due indietro quello di differenza è un progresso digeribile. Non c’è niente da inventare ma rinverdire la cosa più importante al mondo che ci tiene in vita: LA PASSIONE; una cosa che non c’entra nulla con la carriera, col denaro, col perbenismo ma solo col servizio. IL PROBLEMA SIAMO NOI.

    Mi vengono i brividi se ci penso; avevo 16 anni ed elettrizzato da quella aria nuova che si respirava dal 1958 eravamo tutti catturati da Papa Roncalli che in una profezia attualizzata sembrava non parlare solo ai preti o ai laici attraverso i preti ma a noi specie i giovani che avrebbero dovuto cogliere il testimone;  la fede era nel cuore; un padre di famiglia, un operaio, un onesto uomo che si guadagna il pane, erano i modelli che incarnavano quel Vangelo che mi sembrava bello perché laico ossia alla portata di tutti. Il LAVORO ERA IL CATECHISMO VIVIO, IL VANGELO VERO FUORI DALLE SAGRESTIE. Le Acli per me erano quelle che parlavano di Dio senza mai citarlo e per questo mi piacevano; vicino a casa mia, io figlio di un maresciallo e d’una casalinga del Pigneto, c’era un circolo Acli attiguo a Sant’Elena dove quell’insegna e quella bandiera bianca coll’incudine e la Croce, ricamate a mano, imperavano rosse su sfondo bianco; mi sembrava quel vessillo,  io adolescente bellissimo, candido una sorta di argine in cui si diceva che l’uomo era per il lavoro e non viceversa; dove le esasperazioni vere ma a volte accentuate contro il pericolo Comunista sovietico in un sempre verde collateralismo interno, non dovevano passare. Per me emerito sconosciuto le Acli erano libertà e protagonismo; e poi Papa Giovanni  predicava per la prima volta l’autonomia della fede dalla politica relegata ai laici rispolverando quel Tommaso d’Aquino (la parte del magistero sociale)che dal 1946 era stato dal mondo cattolico rimosso per i contrasti della Guerra fredda attorno alla Dc e alla svolta occidentale; le Acli anche erano diverse da cellule auto comandate nei Comitati civici, sempre in servizio permanente effettivo; erano luoghi del ripensamento della missione conciliare stampata nel cuore e nella mente di Dio dell’autonomia dei laici cristiani. Le Acli erano quelle che nel mondo cattolico stavano coi deboli, coi poveri, coi lavoratori; a loro la formazione degli operai e dei contadini cristiani nel sottrarli, secondo l’ispirazione della realpolitik dal monopolio comunista. Un terra di frontiera insomma; non potevo non scegliere ed intimamente scelsi.

    Dalle 16h di quell’11 ottobre 1962 apertura del Concilio; ringraziando Dio i miei maestri anche preti dicevano che era Dio che parlava al mondo e quell’evento non era una idea bislacca di un anziano prete bergamasco ma la provvidenza che si faceva Storia; il non essere cresciuto in un ambiente clericale è stata la spinta a scegliere di impegnarmi nelle Acli. Presi la funivia dalla Prenestina lasciandomi di sfondo il clima da dopoguerra delle case popolari, delle sopraelevate e delle rimesse dei tramvieri per entrare nella Roma del Centro bene; ero anch’io quella sera lì; la mattina in un bar col televisore vidi le scene della apertura del concilio e poi spontaneamente come se inconsciamente ci sentissimo chiamare andammo tutti a Piazza San Pietro; il Papa era nel suo studio fu sorpreso lui e quelli di Curia che il popolo fosse lì senza avere la pretesa di nulla; aveva Roncalli detto tutto ma il fatto che noi si fosse lì lo spinse ad aprire il suo cuore di Padre ai suoi figli: “Cari figlioli sento le vs voci la mia è una voce sola che riassume quella del mondo intero; qui il mondo è rappresentato in questa piazza; anche la luna lì in alto sembra contemplare questo spettacolo che neppure la Basilica di san Pietro che ha venti secoli di storia ha mai potuto vedere; quando tornate a casa troverete i bambini date una carezza ai vostri bambini troverete una lacrima da asciugare, dite una parola buona specie nei momenti della tristezza ed amarezza; il Papa è con voi”. Bonariamente da parroco di campagna colla stola sulle spalle ci diede la benedizione; io che mi ero quasi bruciato col candelotto artigianale che avevo in mano, non ero più nella pelle; per riprendere i mezzi e tornare in periferia non sapevo che sarebbe successo ma certo sapevo che avevo assistito a qualcosa di cui si sarebbe parlato per tanto tempo; ero al centro della Storia che si faceva sotto i miei occhi.

    NON SONO IO CHE HO SCELTO LE ACLI, MA LE ACLI CHE HANNO SCELTO ME; sono sempre stato aclista nello spirito per poi diventarlo colla mia prima tessera nel 1976; facevo l’allenatore di un gruppo di ragazzi del quartiere di Piazza dei Navigatori iscritti ad un torneo dell’Us Acli Roma;non ci capivo nulla ma io non era un caso che sentivo di fare qualcosa per quei giovani almeno allontanandoli dalla strada. Poi venni a contatto col grande Lino de Filippis fondatore dell’Us e iniziai a fare le Acli attraverso lo sport, dalla sede di Lungotevere Testaccio, per vivere la sede di Corso Vittorio delle Acli di Roma dove ininterrottamente dal 1946,  costellando la vita del Paese e di Roma si avvicendavano, amplificandosi le tensioni pur da non tesserati della Dc che animavano le correnti di Piazza del Gesù in un latente e pervicace collateralismo ideale d’azione ai paradigmi del centro e della destra del partito; da sempre sia come consigliere provinciale ad oggi ho sempre, pur avendo le mie convinzioni, con spirito  indomito,  combattuto contro il collateralismo coi partiti, pur comprendendo le necessità del Sistema bloccato fino al 1992, ma invocando una azione autonoma delle Acli in  un definito campo di manovra sulla scia della Presidenza Labor del 1969 sul mutamento dell’Associazione rispetto alla Politica; fermo restando la perplessità rispetto alla scelta socialista di Vallombrosa; tutto quello che ritenevo politicamente opportuno lo incarnò Marino Carboni uomo dell’emergenza che seppe ricucire e trovare una sintesi con la Chiesa (1976); le Acli nascevano come cellula di apostolato moderno nella Chiesa e non potevano abiurare questo per divenire un avanguardia non propria della sua vocazione originaria. Anche quella fu una operazione che aveva l’obbiettivo di creare un patto tra cattolici e laici che doveva coinvolgere gli aclisti, i sindacalisti e la sinistra Dc di Forze Nuove; le Acli in realtà erano una altra cosa e non potevano prestarsi a piattaforme da lanciare nella Politica Nazionale. Quella traumatica vicenda di scissione e contro scissioni portò a due grandi frutti che fanno delle Acli qualcosa di unico: AUTONOMIA E PLURALISMO; anche sul piano religioso si accentuò la natura Cristiana nella sua universalità rispetto ad un farisaico confessionalismo. Col congresso di Bari del 981 le Acli ritornano nella Chiesa e la Dc successivamente riconosce “le irreversibili autonomie” dei movimenti cristiani. Come aclista a Roma riconobbi in ambito locale una certa impermeabilità rispetto ai sommovimenti nazionali e sulla scia di una  convinta attrazione alla strategia andreottiana e del Centrismo degli anni 50 anche con la benevola attenzione delle Istituzioni comunali e del Card. Poletti Vicario di Roma.

    Il Santo Padre quando in occasione del recente Concistoro sottolineò che il demone insito nella Chiesa (e quindi anche nelle associazioni ecclesiali)  coinvolge le divisioni attorno ai personalismi tanto da citare San paolo” Io sono di Paolo, io sono di Apollo, io sono di Cefa”;  ho ancora di più rafforzato la convinzione che solo L’AUTONOMIA DALLA POLITICA SARA’ LA NS SALVEZZA altrimenti rischiamo di non di scomparire ma peggio di parlarci addosso, di allevare giovani rampanti pronti a servirsi della Associazione come trampolino di lancio verso effimere e scontate carriere in politica, di diventare consorterie del politico di turno che amoralmente si serva delle Acli o di quello che ne resta, per attingere consenso, per influenzare con la progettazione l’asservimento interno, per rinsaldare a fini privatistici questa anonima legione ad interessi particolari nell’alibi politico di fregiarsi della rappresentanza virtuale del mondo cattolico.

    Il Cardinale dice il Papa “non entra in una corte per questo vanno evitati intrighi e chiacchiere”; parimenti le Acli nascono per servire i poveri; l’Aclista un po’ come alcuni ordini religiosi (v.gesuiti) rinunzia alla carriera delle vetrine pubbliche, per l’anonimato quotidiano del bicchiere d’acqua; la politica attiva è incompatibile con quella associativa salvo una vocazione che però deve portare il singolo a rompere i ponti col passato. La fuoriuscita deve essere morale e irreversibile.

    Il susseguirsi consequenziale di 4 presidenti in 2 anni oggettivamente consacra una patologia in essere e che l’eccezione si è fatta regola e l’essere Presidente delle Acli inconsciamente è associato ad una “folgorante carriera”; il problema siamo noi; la nostra capacità di amare e servire le Acli nei poveri, nel respingere sdegnati tali seduzioni fatto salvo una cancerogena divisione in fazioni destinate ad infrangersi rovinosamente sugli scogli; questi epiloghi conducono sempre ad un cumulo di macerie. USCIRE DA NOI STESSI E MANTENERSI RETTI E FEDELI.  Come presidente regionale delle Acli ossia supremo garante dello spirito dello Statuto (AUTONOMIA E PLURALISMO) non posso che certificare l’assenza di unità e di posizioni unitarie che in assenza di evidenti differenze ideale e programmatiche non può non essere che sospetto .

    Le Acli sono nel mondo e del mondo ne  inseguono la crisi di valori, la oscillazione dell’  intransigenza rispetto a compromessi deteriori e quindi di formazione di una classe dirigente vocata a servire; non può esserci giustificazione se non umana comprensione; a me posto nella responsabilità del testimoniare nella CUSTODIA di quella gloriosa tradizione e storia di provvidenza che sono le Acli; ogni giorno ripeto a me stesso, che non ha fatto nulla per essere dove è che il primo dovere è denunziare nelle forme convenute dei pericoli e rischi del tradimento dello Statuto, nella parabola egoistica, come affermazione di quel compito che Dio ha infuso ai laici nelle Acli per i poveri, con i poveri, nei poveri; ognuno ha un arma in mano nella vita io non mi sono mai domandato se gli altri spareranno ma se io sparerò questo vuol dire essere uomo e cristiano; quell’adolescente di 16 anni c’è sempre stato e sempre ci sarà.

    Materializzo dal 1962, da quella notte splendida tutta la mia vita ed il mio percorso associativo e pur con molti sbagli convivo con serenità con la mia coscienza avendo sempre, nella buona battaglia, resistito per la difesa delle Acli nell’AUTONOMIA e nel PLURALISMO.

     

    Umberto Soldatelli

    (Presidente reg.le ACLI Lazio)

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