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  • UNA EUROPA A MISURA DI REGIONE


    La collaborazione tra Stati non basta più: o ci si integra o si soccombe

    Come ebbi a dire nel primo numero della newsletter delle Acli del Lazio; il nostro sguardo in termini di elaborazione del pensiero di un nuovo modello di sviluppo non poteva prescindere da due capisaldi imprescindibili: Federalismo regionale ed Integrazione Europa.

    Sono ormai due anni, che dinanzi alla marginalità dei temi europei, abbiamo posto il processo di integrazione europea come condizione per uno sviluppo nazionale e quindi regionale. Le scorse elezioni europee hanno rimarcato quello che sapevano purtroppo ossia di una assenza di un bipolarismo politico attorno alle grandi famiglie e tradizioni politico-culturali dell'Europa post bellica: (Popolare, Socialista, Liberale ecc;) ma di una spaccatura tra europeisti ed euroscettici addirittura nazionalisti e populisti. Qui non c'è in ballo la certezza dell'integrazione europea e la divisione sui tempi politici per concretizzarla ma il perversare di una visione sempre attuale che affonda le radici nell'egoismo umano attorno alla paura dell'altro e la difesa della propria superiorità. Integrarsi per monitorare in modo organico e di prospettiva nel futuro, la crisi economica, i disavanzi pubblici strutturali, le crisi industriali, la disoccupazione crescente, la produttività quasi a zero, la sopportazione quasi obbligata a compartecipare scenari militari originati da altri attori della globalizzazione, la dipendenza energetica come fonte di ricatto politico, le contaminazioni perniciose tra pubblico e privato, tra finanza e credito, l'assenza di una strategia coordinata sull'immigrazione, assenza di un disegno organico nell'agricoltura, un superamento della collaborazione per una maggiore integrazione dei Servizi e dell'investigazione nel contrasto della criminalità come fenomeno trasversale e complesso.

    La dipendenza dall’estero per gli approvvigionamenti di fonti primarie impatta la qualità di un sistema energetico non solo in termini di sicurezza ma anche sul piano della competitività di un Paese (la forte dipendenza da importazioni extra-UE espone l’Italia al rischio di possibili shock di prezzo dei combustibili, che si ripercuotono nei prezzi dell’elettricità) e della sostenibilità ambientale (si dipende dall’estero solitamente per le fonti fossili il cui impiego incide sulle emissioni dei gas serra).Queste problematiche sono tuttavia mitigate dalla diversificazione del mix energetico, come è avvenuto negli ultimi anni con le politiche di supporto alle fonti rinnovabili, dallo sviluppo di infrastrutture (anche di rigassificazione) e da una discreta diversificazione dei Paesi fornitori. Integrarsi per contare POLITICAMENTE.

    Come una epidemia, facciamo nostre, in assenza di vaccini potenti, le distorsioni di Sistemi finanziari dove le multinazionali fanno pressioni sui governi, sulle Banche centrali, sulle Borse indirizzando finanziamenti, ottenendo prestiti anche statuali, inventando derivati a fronte di bolle speculative ed invenzioni (ipoteche sugli immobili come garanzia sui titoli) , in assenza di confini delineati che neghino la trasparenza sulle grandi aziende.. Ad una crisi globalizzata si risponde solo con una vera globalizzazione dell'Europa che ha un senso solo con un processo integrato spinto.

    Le ultime elezioni hanno pur evidenziando recrudescenze ostili ad un mondo aperto, evidenziato la base per una sintesi tra le due grandi famiglie dell'Europa che più delle altre hanno paradossalmente in un quadro bipolare, stentato a dirimere in una sintesi possibile la scelta della meta: integrazione o collaborazione tra stati. Sarà l'incombenza dei processi sopra esposti ad indirizzarsi verso una Europa più politica ed integrata. Come ho sempre sostenuto l'Europeismo non è solo una bella Idea ma un interesse strategico; senza Europa noi scompariamo; da soli non ce la facciamo. Il risultato Italiano che ha consolidato il Partito Socialista europeo evidentemente non potrà non tradursi in termini contrattuali interni nella definizione degli organi, della composizione, e soprattutto della linea politica; l'allentamento dell'austerity perchè dettata da un voto mi lascia

    perplesso perchè non può non essere che nella natura delle cose; nei fatti si verrà a creare un asse italo-tedesco ma questo non può tradursi come in passato in un Europa a doppia velocità ma dovrà essere persuasivo e pesante nel cambio di passo verso un programma inclusivo per tutti, di riforme che portino ad una Europa politica e democratica. L’Italia ha dunque una grande occasione per ritagliarsi un ruolo importante come alleato dei tedeschi nella lotta comune contro le forze nazionaliste e populiste. Al tempo stesso, ha tutte le carte in regole per diventare la portavoce delle istanze dei paesi economicamente meno «virtuosi» che hanno urgentemente bisogno di allentare la morsa dell’austerità.

    Fino ad oggi il timoniere dell'Europa non poteva, in parte comprensibile, tollerare di essere travolto dagli "errori" e dai "fardelli"degli altri, dimenticandosi però quanto il resto dell'Europa avesse fatto in passato accollandosi gli oneri della riunificazione tedesca; è evidente che servono parametri di fondo ma non si può pensare che un debitore vessato possa uscirne dovendo pagare piani di rientro asfissianti senza investimenti e senza una strategia inclusiva nell'ottica comune. La solidarietà europea attorno a fondi comuni di investimento che constano dell'acquisto di titoli pubblici del paese a rischio o il loro rastrellamento in area Euro oltre a prestiti sono qualcosa ma sono lontani dall'essenza dell'Europeismo integrato; LIBERE PARTI DI UN LIBERO GRANDE STATO EUROPEO; la verità che una Europa più integrata fa paura a tutti in primis agli Stati Uniti che hanno sempre cercato, opportunamente dal loro punto di vista, boicottato l'Europeismo, spingendo sulla collaborazione piuttosto che sull'integrazione, "suggerendo" un isolazionismo mirato agli inglesi, esprimendosi sempre favorevolmente verso l'allargamento a nuovi paesi per farne esplodere le contraddizioni interne, facendo in modo che l'assenza di una tendenziale fusione dei governi, delle strategie, del processo democratico, fosse terreno fertile per una "contaminazione" atlantica specie a livello finanziario, energetico,politico. La verità che EUROPEISMO ED ATLANTISMO SONO INCOMPATIBILI; un Europa di 500milioni di consumatori mette paura perchè può essere in grado di sbattere un pugno sul tavolo in virtù di una sua forza contrattuale che gli deriva dalla politica, dalla forza militare, dalla capacità economica espansiva specie nei mercati dei prodotti ad alto valore aggiunto e tecnologico, a monitorare senza subire il dramma del Mediterraneo, a gestire le importazioni ed esportazioni sfuggendo al ricatto conseguente ma sempre come soggetto unico ed unitario; in questo senso la collaborazione tra stati pur avendo, una interazione pur minima, non è minimamente sufficiente ma anacronistica rispetto a questi drammi. Così la Europa potrà governare la globalizzazione e non subirla; ciò sarà possibile partendo dal processo politico dell'integrazione attorno ad un rafforzamento o riscoperta di quelle comuni radici giudaico-cristiane che il Papa pochi giorni orsono ha avuto modo di rievocare; l'Europa è un modello di pace attorno ad un Sistema economico, umano, sociale, politico che è tale solo nella riscoperta della propria IDENTITA’ STORICA . Il voto credo che impone un compattamento tra Socialisti e Popolari non potrà che accelerare l'integrazione sulla collaborazione; è giunto il momento di sciogliere la ambiguità voluta che accompagnò il Trattato di Lisbona, per non scontentare nessuno nelle due anime.

    Vedremo se queste due forze su cui poggerà la responsabilità del governo europeo sapranno porre nell'agenda l'investitura di un Esecutivo diretto espressione del Parlamento che sia capace di fare leggi ed imporle agli Stati nell'abbattimento delle sovranità nazionali; un Esecutivo che tenga conto della reale forza economica e peso specifico dei singoli come a dire che non c'è disuguaglianza più forte dell'eguaglianza; l'estensione del voto a maggioranza qualificata già in tempo breve alla politica estera e alla sicurezza sarebbe già un segno; meno unanimità e più democrazia interna. Oggi la Commissione pur nella autonomia operativa dei commissari dai governi, ovviamente risente del Consiglio d'Europa spesso dominato come è nella natura da accordi bilaterali o multilaterali (Pres. Consiglio e ministri competenti)al di

    fuori di esso; questa sovrapposizione, di un organismo che attua e dell'altro che decide, genera rallentamenti e paralisi:" Un governo, un parlamento, una IDENTITA".

    Una integrazione delle politiche di sviluppo, economiche, sociali, agricole, industriali ovviamente configurerebbe meglio i fondi europei a sostegno del territorio non a pioggia ma mirate al contenimento delle disuguaglianze tra Stati o meglio tra aree di una Comune Europa; parimenti al processo integrativo europeo c'è l'abdicazione del potere centrale rispetto al federalismo regionale ossia alla responsabilizzazione dei territori; UN PROCESSO DAL BASSO ATTORNO AI BISOGNI.

    L'idea sottesa della Politica regionale Europea, è che la promozione dello sviluppo delle zone depresse porterà benefici in termini di occupazione, competitività e crescita economica che andranno a vantaggio dell'UE nel suo complesso; gli interventi vengono realizzati a livello delle 271 regioni europee e non dei 27 stati membri perché abbiano il massimo di efficacia e possano adattarsi bene alle esigenze specifiche delle varie realtà.

    La politica regionale viene realizzata principalmente attraverso i suoi strumenti finanziari, che sono il Fondo europeo di sviluppo regionale e il Fondo di coesione e che costituiscono circa un terzo del bilancio comunitario (per il periodo 2007-2013 sono stati assegnati alla politica regionale 347,410 miliardi di euro, ovvero il 35,7% del totale del bilancio europeo). Quello del commissario europeo per la politica regionale è dunque un incarico importante all'interno della Commissione.

    Un primo obiettivo dei finanziamenti erogati dai Fondi è quello della convergenza tra le regioni europee; le risorse impiegate per questo scopo sono destinate alle regioni il cui PIL pro capite è inferiore al 75% della media europea. Oltre all'obiettivo della convergenza, il Fondo di sviluppo regionale persegue anche gli obiettivi del rafforzamento della competitività e dell'occupazione e del rafforzamento della cooperazione transfrontaliera. Il commissario dello sviluppo regionale si occupa della negoziazione e dell'approvazione dei progetti di sviluppo proposti dagli stati membri, stanzia i finanziamenti, ne sorveglia la gestione e i sistemi di controllo istituiti dagli stati e dalle regioni beneficiarie..

    Dopo l'introduzione del concetto di "coesione territoriale" da parte del Trattato di Lisbona, uno degli obiettivi principali è quello di fornire un contenuto concreto a questo concetto: assieme con gli stati membri, gli attori regionali e locali e con il Comitato delle regioni si dovrà elaborare la politica di coesione per le regioni europee per il periodo 2014-2020, valorizzando gli aspetti positivi della politica 2007-2013, correggendone i limiti, rendendola più efficace e più semplice e rendendola più coerente con le altre politiche e gli altri programmi europei di finanziamento.

    Poiché il Fondo di sviluppo regionale e il Fondo di coesione impegnano circa un terzo del bilancio dell'Unione Europea è PRIORITARIO l' assicurarsi che i finanziamenti erogati da tali Fondi siano erogati in maniera trasparente e destinati in modo efficiente ad investimenti utili per lo sviluppo dell'Unione Europea.

    A maggior ragione, coll'allentamento dell'austerity e la tollerabilità di una flessibilità economica nell'attuale fase di crisi economica, la politica regionale è vista anche come uno strumento importante per favorire l'occupazione e la ripresa. I FONDI EUROPEI sono sempre più importanti per il sostegno a quel Terzo settore che si sta configurando come parte essenziale con il quale costruire un Welfare regionale. L'impegno della Regione Lazio va in questo senso, specie nel monitoraggio degli interventi, nella semplificazione delle procedure, nella lotta ai reati amministrativi e alla corruzione degli uffici pubblici, nel sostegno agli interventi seri che possono attorno a soggetti credibili e riconosciuti generare sviluppo, cultura e lavoro.

    Senza finanziamenti mirati, senza investimenti strutturali e una politica espansiva, non si stimola la domanda e l'occupazione. Pensate ad una strategia sulle infrastutture a livello di promozione europea che cosa potrebbe significare.

    L’introduzione dell’euro è stata un passo fondamentale nella storia europea, un evento politico che ha certificato i progressi compiuti sulla strada dell’integrazione, un profondo cambiamento economico e sociale; ma è stata appunto un passo, non la conclusione del cammino, ancora lungo e difficile. Ne aveva acuta consapevolezza Tommaso Padoa-Schioppa, che alla realizzazione dell’unione monetaria tanto ha contribuito.

    Riforme economiche e politiche non sono tra loro indipendenti: la fiducia nelle prospettive dell’Unione economica e monetaria trarrebbe grande beneficio da nuovi concreti passi nella direzione dell’integrazione politica, anche settoriali. In un saggio di quarantacinque anni fa (Tecnologia ed economia nella controversia sul divario tra America ed Europa) Nino Andreatta già sottolineava quanto sia importante una seria valutazione delle “conseguenze negative dell’esistenza di una pluralità di politiche di acquisto delle amministrazioni nazionali, politiche che sollecitano un inefficiente moltiplicarsi di sforzi di ricerca nei singoli paesi e rallentano la crescita delle dimensioni dei mercati”. La riflessione sull’opportunità, sulla necessità di superare lo stadio del confronto e della cooperazione e passare alla messa in comune da parte dei nostri Stati nazionali di istituti e politiche che hanno impatti di rilievo anche sui bilanci pubblici – in campi diversi quali difesa, ricerca scientifica, infrastrutture (non solo materiali) e altri settori fondamentali dell’attività pubblica – procede da tempo, è matura per sfociare in un concreto processo di riforma.

    Alcune riforme saranno fatte e un parziale cambio di strategia rispetto alla "austerity first" si potrà ipotizzare, ma tutto sta a capire se ci sarà uno "strappo" indispensabile per l'Integrazione o senza che questo si risolva nella definizione di un nuovo assetto politico per l’Ue (ne tanto meno in nuovo processo "costituzionale") se SOLO faranno alcune concessioni alla Gran Bretagna evitando il rischio dell’uscita dall’Ue; una ripresa dell’economia (e dei livelli occupazionali) a livelli comunque inferiori a quelli pre-crisi permetterebbe di gestire meglio l’euroscetticismo, che pur rimarrebbe vivo. Ovviamente il rischio che si correrebbe è quello di continuare semplicemente a posticipare la soluzione dei problemi, stante una sostanziale insostenibilità di un’Europa di questo tipo rispetto alle grandi sfide di medio-lungo termine, non ultime l’invecchiamento della popolazione, l'insostenibilità dell'indebitamento pubblico (sopratutto in alcuni paesi) e la ridistribuzione del potere a livello mondiale verso i paesi emergenti.

    L'esigenza di camminare insieme, di ESSERE UNA COSA SOLA, pervade la Chiesa, la Politica, il mondo delle Associazioni; in questo senso ho accettato l'incarico di Commissario delle Acli di Teramo per potere contribuire al ritorno alla fisiologia associativa di una provincia che nella sua autonomia, dovrà tornare ad essere con le altre, parte di un integrato Sistema regionale.

    A cura di Umberto Soldatelli

    Pres. Reg. ACLI del Lazio

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