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  • SPORT E MEMORIA STORICA


    Quando lo sport arriva dove la politica si ferma: Il caso della Coppa Davis di tennis del 1976.

     

     

    In occasione di uno degli incontri conclusivi di una serie programmata organizzata dall’Università di Roma tre in collaborazione con US ACLI Roma e UISP Lazio si è toccato un tema battuto ma non nello specifico del fatto.

    Il connubio tra Sport e politica specie da parte dei governi autoritari o democratici come strumento di penetrazione sotto forma negli effetti di una ostpolitik volto a scardinare, nelle intenzioni di creare precedenti e fessure, attraverso il messaggio universale dello sport (pensate ad un olimpiade o ad un mondiale di calcio o come in questo caso ad un torneo internazionale di fama) le basi di un paese ideologizzato che non può non essere che chiuso. La Coppa Davis del 1976 è uno di questi eventi, tre anni dopo la conquista in Cile del potere da parte dei militari nella defenestrazione del governo democraticamente eletto di Allende.

    Qui il confine è sottilissimo ed incrocia in una cornice esasperata da idealismo e relapolitik i servizi di sicurezza servendosi della competizione in sé stessa come un alibi; da parte degli ospitanti c’è l’obbiettivo di accreditarsi al mondo facendo passare uno spirito di normalizzazione come implica accettazione internazionale dello status quo. E’ evidente che solo l’affermazione rigida della partecipazione da parte delle organizzazioni sportive nazionali nell’articolazione delle federazioni a prescindere dall’aspetto ideologico può e deve rimanere il criterio; la vera partita si gioca nella fase dell’assegnazione della manifestazione (che in questo caso come in casi analoghi anche attualissimi concentra una divisione di interessi strategici più una volta ed anche fortemente economici come vincolo politico oggi) che è una altra cosa dall’attività di coloro che chiamati non possono e non devono esimersi dal loro onore in quanto sportivi. Tutto questo si scaraventò come prevedibile sulla coscienza dei singoli come se partecipare fosse oggetto di contrattazione e barattabile nel primato della coscienza in una implicita accettazione di un regime quando la cosa va per gli atleti confinata all’aspetto sportivo; e’ evidente che ci fosse una sottile opera di depistaggio in uno scenario internazionale ispirato ad una stringente realpolitik. Nel corso del convegno Pietrangeli e Panatta, rispettivamente allenatore della nazionale italiana di tennis e giocatore di punta della stessa, hanno raccontato lo scivolamento in un quadro interno dilaniato dal terrorismo di quella disputa, ideologizzandola molto, se partecipare o meno, ricordando i contatti tra Andreotti e Berlinguer; evidente lo scenario complessivo... In Italia, che ha vissuto di dualismi lungo tutto l’arco della sua storia, la polarizzazione delle posizioni sembra insanabile. Cortei e manifestazioni si susseguono al grido “Non si giocano volée con il boia Pinochet”; vinciamo quella Coppa Davis, per ora prima ed ultima .

    Pinochet non è stato il primo, e certamente nemmeno l’ultimo, a cercare di trasformare lo sport in uno strumento di propaganda. Una strada avviata in epoca romana, con il sistema del panem et circenses, ripresa da Benito Mussolini con i Mondiali di calcio del ’34, da Adolf Hitler con il peso massimo Louis Schmeling, che divenne l’eroe del Terzo Reich battendo l’americano nero Joe Louis, perdendo però il rematch; in mezzo c’era stato anche il terremoto Jesse Owens. Una storia che avrebbe vissuto un nuovo capitolo nel 1978, nell’Argentina di Jorge Rafael Videla, che aveva ereditato l’onore e l’onere di organizzare i Mondiali, e ne avrebbe fatto un’occasione per migliorare l’immagine pubblica della nazione cercando di nascondere la povertà e l’orrore dei desaparecidos.

    Tema ripreso quello tra Sport e Politica attualmente con le competizioni di Soci in Russia facendo corollario alla lotta per la rivendicazione dei diritti civili; ciò in un dèjà vu confonde abilmente

    sottraendo l’attenzione eventualmente nella riflessione dalla genesi dell’assegnazione della competizione alla manifestazione sportiva che come tale non può e non deve non essere onorata, perché è nello sport insito il dialogo e la comunione nell’eguaglianza umana e culturale più totale. L’avversario è un atleta che rimane come uomo nel sacrificio tale e per questo va rispettato; è in tutto come te, a fronte di speranze e difficili prove nel sacrificio, che per il solo fatto di essere espressione di un paese riconducibile a sospette patenti di “democraticità”, non può essere scippato dell’onore e dell’onere di servire il proprio Paese in ossequio della propria vocazione di sportivo. Quando lo sport arriva dove la politica si ferma!

     

    A cura di Stefano Corsi

    Pres. Reg. US ACLI del Lazio

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